Ancora infortuni sul lavoro, due vite spezzate

Ancora infortuni sul lavoro, due vite spezzate

Oggi si sono verificati due incidenti mortali sul lavoro.

Il primo è avvenuto a Riposto, in provincia di Catania, dove un operaio di 40 anni è precipitato da un’impalcatura durante i lavori di ampliamento di capannoni per un’azienda di serramenti edili. La caduta si è rivelata fatale: l’uomo è morto sul colpo.

Nella stessa giornata, un secondo incidente si è verificato a Torino: un altro lavoratore è caduto dal cestello di una gru. Anche in questo caso, i tentativi di rianimazione si sono rivelati inutili.

Queste tragedie sul lavoro richiamano con forza l’attenzione sull’urgenza di riflettere, con serietà, sul significato reale di sicurezza nei cantieri.

Ogni incidente nei luoghi di lavoro viene spesso attribuito a una “distrazione” o a una “perdita di equilibrio”. Ma usare queste parole rischia di oscurare la realtà: mancati controlli, carenti dispositivi di protezione, formazione inadeguata.

Cosa si poteva fare per evitare queste morti?
Si tratta di una domanda scomoda, ma necessaria.

La sicurezza nei cantieri non può essere una formalità, né un ostacolo alla produttività. In troppi casi, completare il lavoro in fretta ha la priorità sulle misure di prevenzione.

Eppure, la sicurezza nei luoghi di lavoro non è una responsabilità individuale, ma collettiva: riguarda imprese, istituzioni, sindacati, lavoratori e famiglie.

Non basta introdurre le norme: serve applicarle davvero, ogni giorno, con convinzione. Serve una cultura della sicurezza, che metta al centro la vita delle persone, prima della scadenza di un appalto o del risparmio su un ponteggio.

I dati parlano chiaro: quasi 3 morti sul lavoro ogni giorno. Un numero in crescita, che non può più essere ignorato.

Ogni vita persa sul lavoro è una ferita nella dignità collettiva.
Non possiamo più permettere che queste tragedie siano raccontate come “fatalità”.



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